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I puntini rossi di Webb potrebbero essere stelle mostruose pulsanti

Il telescopio spaziale James Webb ha riportato al centro del dibattito astronomico i cosiddetti little red dots, i «puntini rossi» comparsi nelle immagini dell’universo primordiale. Uno studio guidato dal Center for Astrophysics | Harvard & Smithsonian, diffuso il 5 agosto 2026, propone che dietro quella luce si nascondano stelle supermassicce pulsanti, oggetti con una massa pari a circa centomila volte quella del Sole.

Che cosa sono i «puntini rossi»

I little red dots sono sorgenti compatte, rosse e molto luminose che Webb individua a partire dal 2022. La loro luce risale a quando l’universo aveva meno di un miliardo di anni, e il loro spettro mostra l’idrogeno in configurazioni che i modelli abituali delle giovani galassie o dei nuclei galattici attivi non riescono a spiegare. A complicare il quadro, molti di questi oggetti restano deboli nei raggi X e nelle onde radio, un comportamento inatteso per un buco nero in crescita. «I puntini rossi sono misteriosi perché mettono insieme indizi che di solito non stanno bene assieme», ha spiegato Devesh Nandal dell’Harvard College Observatory. «Sembrano dirci che qualcosa di molto luminoso è nascosto dentro un gas denso.»

L’ipotesi delle stelle supermassicce

Nel lavoro pubblicato ad agosto, Nandal e i suoi collaboratori mostrano che una singola stella supermassiccia può riprodurre insieme lo spettro, la forma compatta e la firma chimica dei puntini rossi. Il gruppo ha ricostruito la vita di alcune di queste stelle mostruose e ha scoperto che perdono massa attraverso episodi di pulsazione violenta chiamati strange-mode. Ogni pulsazione espelle gusci di gas fatti soprattutto di idrogeno ed elio, con una quota di azoto che corrisponde agli spettri ricchi di azoto osservati da Webb. «Per quanto ne so, è il primo modello che spiega così tante proprietà osservate in una volta sola, dallo spettro alla morfologia fino alle firme chimiche», ha detto Nandal. Dopo l’ultima espulsione, la stella collassa direttamente e lascia il seme di un futuro buco nero supermassiccio.

Il modello concorrente della «stella-buco nero»

Il dibattito resta aperto. A giugno un team guidato da Vasily Kokorev dell’Università del Texas ad Austin ha ottenuto lo spettro più profondo mai raccolto di un puntino rosso, l’oggetto GLIMPSE-17775, amplificato da una lente gravitazionale. Le oltre quaranta righe spettrali individuate, compresa una «foresta di ferro» di sedici righe, puntano verso un buco nero supermassiccio in rapida crescita, avvolto in un bozzolo di gas denso: lo scenario chiamato BH*, ovvero black hole star. Lo studio, pubblicato su The Astrophysical Journal, spiega anche perché la maggior parte dei puntini rossi appare debole nei raggi X, dato che quel gas assorbe l’emissione proveniente dal centro.

Perché la scoperta è importante

Le due ipotesi hanno un punto in comune: anche nel modello di Kokorev il motore centrale è un buco nero, mentre nel modello di Nandal la stella supermassiccia diventa il precursore diretto di un buco nero. In entrambi i casi i puntini rossi raccontano una fase brevissima e ancora poco compresa della crescita dei primi buchi neri dell’universo. Quando Webb li scoprì, alcuni ricercatori temettero di aver «rotto la cosmologia»: oggi i dati sembrano rientrare nel quadro dell’evoluzione cosmica. Il prossimo passo, spiega Nandal, è trasformare queste proprietà in previsioni dettagliate, così che nuove osservazioni di Webb possano mettere alla prova la teoria. Per altri approfondimenti, resta utile il nostro articolo sui confini dei modelli cosmologici attuali.

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