Premessa necessaria: Lupita Nyong’o è un’attrice straordinaria, premio Oscar come non protagonista per 12 anni schiavo, e la sua bravura è fuori discussione, come il colore della sua pelle. La questione riguarda la coerenza culturale e narrativa di un adattamento che vuole immergere lo spettatore nel mondo greco dell’età del bronzo, trattando però l’identità dei suoi personaggi come una variabile intercambiabile.
Nell’Odissea di Christopher Nolan, in uscita nelle sale italiane il 16 luglio 2026, Nyong’o interpreta un doppio ruolo confermato dallo stesso regista al Time: Elena di Troia e sua sorella Clitennestra, moglie di Agamennone (Benny Safdie). Una scelta che ha diviso il pubblico mesi prima dell’uscita del film e che merita una discussione nel merito.
Elena è una genealogia, prima ancora che un volto
Di Elena manca qualsiasi ritratto storico, e va detto con chiarezza. Nella tradizione omerica, però, è una principessa spartana inserita in una precisa genealogia, in una famiglia e in un immaginario che appartengono al mondo acheo. Figlia di Leda e Tindaro (o di Zeus, a seconda della versione del mito), sorella di Clitennestra e dei Dioscuri, moglie di Menelao: la sua identità coincide con la struttura stessa del racconto che innesca la guerra di Troia.
Da qui nasce la domanda legittima. Una produzione da 250 milioni di dollari insegue l’accuratezza nei costumi, nelle armi, nelle navi, nei paesaggi e nei rituali — Nolan ha dichiarato di aver lavorato con esperti proprio su questi aspetti. Perché allora l’origine culturale dei personaggi dovrebbe restare l’unico elemento irrilevante? Tutto deve essere filologico, tranne ciò che riguarda l’identità: un criterio a geometria variabile.
Reinterpretare il mito, modernizzarlo, appiattirlo
La mitologia può e deve essere reinterpretata: è viva proprio perché ogni epoca l’ha riletta con i propri occhi. Reinterpretare, però, è cosa diversa dall’applicare a ogni opera, in automatico, le sensibilità politiche e rappresentative del presente.
Quando l’operazione diventa sistematica — quando ogni adattamento di ogni epoca e di ogni civiltà adotta gli stessi criteri di rappresentazione della società occidentale contemporanea — l’universo narrativo si appiattisce invece di ampliarsi. Ogni mondo finisce per assomigliare al nostro e la distanza culturale che rende preziose le opere antiche evapora. Si chiama presentismo: giudicare e rimodellare il passato con le categorie dell’oggi.
C’è poi un effetto collaterale di cui si parla poco. Scelte prevedibilmente divisive come questa finiscono per monopolizzare il dibattito: il pubblico si spacca sul casting mesi prima dell’uscita e il film smette di essere valutato per ciò che è — regia, scrittura, messa in scena — per diventare un campo di battaglia identitario. Una polarizzazione che fa comodo a tutti tranne che all’opera.
Le ragioni dell’altra parte
Un editoriale onesto deve dare conto delle obiezioni, che nel caso specifico hanno un loro peso.
La prima è filologica. L’epiteto omerico “dalle bianche braccia”, spesso citato da chi contesta il casting, nasce come formula rituale associata in origine alle divinità, in particolare a Era, e viene applicato a Elena per segnalarne la regalità e l’eleganza più che il fenotipo. Chi invoca Omero come prova fotografica usa il testo in modo più disinvolto di quanto creda. Va anche ricordato che il mondo miceneo ed egeo era attraversato da scambi con l’Egitto e il Vicino Oriente: l’idea di un’antichità etnicamente monolitica è essa stessa una semplificazione moderna.
La seconda è drammaturgica. Affidare alla stessa interprete la donna che innesca la guerra e quella che ne incassa le conseguenze a Micene è una scelta di specularità narrativa con una sua logica interna. Nolan ha spiegato di aver voluto Nyong’o per la sua capacità di unire grazia e forza trattenuta, e l’attrice ha risposto alle critiche spostando il discorso sul mestiere: la bellezza si porta in scena costruendo un personaggio, tutto il resto è apparenza.
La terza è storica in senso cinematografico: il mito greco è stato adattato per un secolo da attori americani, inglesi e italiani senza che nessuno invocasse la filologia etnica. Se l’accuratezza identitaria è sempre stata facoltativa, sostengono i difensori del film, pretenderla ora solo per un’attrice nera dice più sui critici che sul casting.
Dove le due posizioni restano distanti
Le risposte dell’altra parte sono solide, eppure lasciano aperta la questione di fondo. Il punto sollevato da chi critica va oltre il singolo verso omerico: un’operazione che rivendica il massimo rigore materiale e ambientale tratta l’appartenenza culturale dei personaggi come una variabile libera, secondo criteri che coincidono con le sensibilità produttive di Hollywood nel 2026 — quelle di un’industria specifica in un momento specifico, prima che quelle di Atene o del pubblico globale.
E qui l’argomento più forte merita di essere ribadito: la vera inclusione produce nuove storie. Porta sullo schermo, con lo stesso budget e la stessa ambizione, i miti africani, asiatici, mediorientali ed europei nella loro specificità, invece di rendere tutti i contesti indistinguibili applicando la stessa formula rappresentativa a ogni materiale. Un’epica yoruba o un ciclo mesopotamico con 250 milioni di budget farebbero per la diversità culturale più di qualunque casting trasversale su un testo greco.
Conclusione: il diritto di Nolan e il diritto del pubblico
Nolan è libero di proporre la propria versione dell’Odissea, e il doppio ruolo di Nyong’o potrebbe rivelarsi, alla prova dello schermo, una delle intuizioni più interessanti del film. Il pubblico è altrettanto libero di domandarsi se questa sia una reinterpretazione artisticamente motivata oppure l’ennesimo esempio di presentismo culturale. La risposta onesta arriverà solo il 16 luglio, guardando il film per intero invece del suo casting.
Resta una convinzione di fondo: una grande opera è universale grazie alla forza della sua identità. Se l’Odissea di Nolan avrà capito questo, le polemiche di questi mesi si dissolveranno da sole.
