Il mondo dei videogiochi cambia in fretta e le novità arrivano una dietro l’altra, con trasformazioni anche profonde pronte dietro l’angolo. Nel 2019 bastava guardare le tendenze dei mesi precedenti per farsi un’idea della direzione: l’anno si era aperto all’insegna del cloud gaming, con l’annuncio di Google Stadia, la piattaforma pensata per avviare i giochi direttamente dal browser, senza una console sotto il televisore.
Il cloud gaming prende forma
Il cloud gaming, una forma di streaming applicata ai videogiochi, non nasceva con Stadia, ma proprio il progetto di Google gli diede grande visibilità. L’idea era semplice da raccontare: il gioco gira sui server dell’azienda e all’utente arriva soltanto il flusso video, mentre i comandi viaggiano nella direzione opposta. All’epoca Stadia prometteva risoluzione 4K e sessioni avviabili persino da un video YouTube. Non era l’unico sul campo: Microsoft lavorava a Project xCloud e Sony offriva già da tempo il servizio PlayStation Now. Ne avevamo parlato nel nostro articolo su Project xCloud e il programma anteprima di Xbox e nelle dichiarazioni di Google sul futuro del gioco sul cloud.
Le console si spostano verso il digitale
Nello stesso periodo anche i grandi produttori di console spingevano verso l’online e il digitale. Microsoft aveva messo in commercio la Xbox One S All-Digital Edition, una versione priva del lettore di dischi e costruita attorno al download e all’abbonamento Xbox Game Pass. Il messaggio era chiaro: la libreria dei giocatori si stava spostando dagli scaffali alle piattaforme, con il catalogo in abbonamento come nuovo punto di riferimento. Su questa stessa linea si muovevano le riflessioni di Phil Spencer sul futuro del gaming tra streaming e hardware.
Che cosa è successo dopo
Con il senno di poi, quel quadro si è evoluto in modo meno lineare del previsto. Google Stadia ha aperto i battenti a novembre 2019, ma il servizio non ha raggiunto il pubblico sperato e Google ne ha annunciato la chiusura, completata il 18 gennaio 2023, con il rimborso degli acquisti ai giocatori. Project xCloud è invece confluito dentro Xbox Game Pass Ultimate, diventando una delle colonne della strategia Microsoft, mentre PlayStation Now è stato assorbito nel nuovo PlayStation Plus nel 2022. Il cloud gaming, insomma, non ha sostituito le console come qualcuno immaginava, ma si è ritagliato un ruolo stabile accanto ad esse, soprattutto come estensione degli abbonamenti.
Il 2019, un anno di abbonamenti e nuovi servizi
Il 2019 è stato anche l’anno in cui il modello dell’abbonamento si è allargato ben oltre il mondo console. A settembre Apple ha lanciato Apple Arcade, un catalogo di giochi senza pubblicità né acquisti interni, pensato per iPhone, iPad, Mac e Apple TV. Nello stesso periodo Electronic Arts rafforzava Origin Access ed EA Access, Ubisoft apriva Uplay+ con decine di titoli del proprio catalogo e Nintendo ampliava il servizio Switch Online. Per i giocatori il cambiamento era concreto: invece di comprare ogni titolo singolarmente, si poteva pagare una quota mensile e attingere a una libreria in continuo aggiornamento.
Questa moltiplicazione di servizi ha avuto effetti duraturi. Ha spinto gli editori a ragionare sul valore nel tempo di un giocatore, più che sulla singola vendita, e ha reso normale l’idea di accedere ai titoli ovunque, dallo smartphone al televisore. Molte delle dinamiche che oggi diamo per scontate, dagli aggiornamenti costanti ai cataloghi condivisi tra dispositivi, affondano le radici proprio in quella stagione.
La direzione intravista nel 2019 resta valida: il digitale e i servizi in abbonamento pesano oggi più dell’hardware nel modo in cui molti giocatori accedono ai titoli. Per approfondire il tema potete recuperare il nostro resoconto su Bethesda e la tecnologia Orion all’E3 2019. Chi vuole provare l’approccio in abbonamento può dare un’occhiata alle gift card Xbox Game Pass Ultimate oppure alle carte PlayStation Plus.
