Nel dicembre 2015 Hideo Kojima annunciava la nascita del suo studio indipendente, Kojima Productions, e un accordo con Sony per un nuovo progetto. Dall’esterno sembrava un passaggio quasi naturale, ma in un’intervista rilasciata a Famitsu nell’ottobre 2019 il game designer raccontava quanto fosse stato complicato ripartire da zero.
Ricominciare a 53 anni
«Sono passati tre anni e nove mesi», spiegava Kojima. «A quel tempo avevo 53 anni. È un’età in cui dovresti andare in pensione, giusto? I membri della mia famiglia erano contrari all’idea di creare un nuovo studio. Ero un uomo di mezza età, non avevo abbastanza soldi ed ero solo io a dire che avrei realizzato quel gioco open world». La separazione da Konami, dopo Metal Gear Solid V, aveva lasciato Kojima senza una struttura alle spalle e con la necessità di ricostruire un team.
I dubbi sul progetto
Il regista ammetteva che in molti dubitavano della riuscita del gioco. Pochi autori di fama mondiale avevano tentato di fondare uno studio in autonomia, e il rischio di fallire era concreto. Per Death Stranding, Kojima Productions scelse di appoggiarsi al motore Decima di Guerrilla Games, così da concentrare le risorse sulla direzione artistica e sul racconto anziché sullo sviluppo di una tecnologia interna.
Come è andata a finire
Death Stranding è uscito l’8 novembre 2019 su PlayStation 4, seguito dalle versioni PC e dalla Director’s Cut. Il gioco ha diviso pubblico e critica per il ritmo e la struttura, ma ha consolidato l’indipendenza dello studio e ha aperto la strada al seguito, Death Stranding 2: On the Beach. Sul rapporto tra Kojima e il cinema, e sul ruolo di alcuni autori nel progetto, avevamo raccolto anche le parole del regista di Ghost in the Shell, Mamoru Oshii. Altre notizie nella sezione Videogiochi.
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