Per secoli, marinai, contadini e scienziati hanno raccontato di aver visto sfere di luce fluttuare dopo un temporale, attraversare pareti, entrare dalle finestre e svanire in un bagliore. I cosiddetti fulmini globulari o ball lightning restano fra i fenomeni naturali meno compresi, al punto che per decenni la comunità scientifica ha dubitato della loro esistenza. Oggi esistono filmati, registrazioni spettroscopiche e modelli teorici, ma nessuna spiegazione unica mette d’accordo i fisici.
Cosa sono i fulmini globulari
Si tratta di sfere luminose di diametro variabile, in genere fra i 10 e i 50 centimetri, che compaiono durante o subito dopo un temporale. Persistono da pochi secondi fino a qualche minuto, viaggiano a velocità ridotte e lasciano talvolta un odore pungente simile a quello dell’ozono o dello zolfo. Alcune testimonianze descrivono sfere capaci di rimbalzare sul terreno, altre parlano di corpi luminosi che entrano negli edifici attraverso camini o finestre chiuse.
Le osservazioni raccolte nel corso di due secoli hanno permesso di compilare liste di caratteristiche ricorrenti, ma la variabilità resta enorme: il colore passa dal bianco al rosso, dal verde al bluastro; la temperatura percepita è a volte tiepida, a volte abbastanza alta da bruciare oggetti. Per un fenomeno che dovrebbe obbedire alle leggi della fisica, la diversità delle manifestazioni rimane un problema aperto.
Le prime testimonianze storiche
Una delle relazioni più antiche risale al 1638, quando durante un temporale una sfera di fuoco entrò nella chiesa di Widecombe-in-the-Moor, in Inghilterra, provocando morti e danni gravissimi. Nel 1753 il fisico russo Georg Wilhelm Richmann morì a San Pietroburgo mentre studiava le scariche elettriche dei temporali: secondo i testimoni una piccola sfera blu si staccò dal suo apparato e lo colpì al volto.
Il caso più citato in tempi recenti resta quello documentato nel 2012 dai ricercatori cinesi dell’Università Normale del Nord-Ovest, che hanno registrato per caso un fulmine globulare durante un normale studio sulle tempeste nella provincia del Qinghai. Le immagini e gli spettri ottici raccolti hanno fornito il primo dato quantitativo mai pubblicato su un evento di questo tipo.
Le principali teorie scientifiche
Diverse scuole di pensiero si contendono la spiegazione del fenomeno. La prima, proposta dai fisici John Abrahamson e James Dinniss nel 2000, ipotizza che quando un fulmine colpisce il suolo vaporizzi silicio e altri minerali. Questi vapori si raffredderebbero formando nanoparticelle incandescenti, che brucerebbero lentamente a contatto con l’ossigeno creando una sfera luminosa stabile. Lo spettro osservato nel 2012 in Cina ha mostrato tracce di silicio, ferro e calcio, elementi compatibili con questa teoria del suolo vaporizzato.
Una seconda ipotesi considera i fulmini globulari come plasmi stabilizzati da campi magnetici interni. In questa visione la sfera sarebbe un contenitore di ioni tenuto insieme dalle proprie correnti elettriche, un po’ come accade nei toroidi sperimentali dei reattori a fusione. Ricercatori del Max Planck Institute hanno effettivamente riprodotto in laboratorio sfere di plasma di pochi secondi di durata, ma replicarne le dimensioni e la stabilità osservate in natura resta molto difficile.
Una terza linea di ricerca, sviluppata dal neurologo austriaco Alexander Keul e da Josef Peer, suggerisce che molti avvistamenti, in particolare quelli in ambienti chiusi, siano fosfeni indotti dai forti campi magnetici dei fulmini vicini. In pratica si tratterebbe di un effetto percettivo sul cervello, non di un oggetto fisico. L’ipotesi spiega alcuni casi ma non quelli con danni materiali o scottature.
Il confine fra scienza e mito
Per molto tempo il fenomeno è stato associato a leggende popolari, spiriti dei temporali o segni premonitori. In diverse regioni d’Europa e del Giappone esistono racconti secolari di “sfere di fuoco” che attraversano i villaggi, raccolti oggi da antropologi e folkloristi. La difficoltà a distinguere fra osservazione e interpretazione culturale complica il lavoro dei ricercatori, che devono filtrare le testimonianze per trovare elementi riproducibili.
Chi si appassiona ai fenomeni ancora inspiegati può trovare molti paralleli nelle zone considerate anomale, come la foresta di Hoia-Baciu in Transilvania, oppure in casi storici mai del tutto chiariti, come la spedizione del passo Dyatlov del 1959.
La ricerca oggi
Nel 2026 i gruppi di lavoro più attivi sul fenomeno si trovano in Cina, Russia, Germania e Nuova Zelanda. Reti di sensori in grado di rilevare emissioni ottiche e radio in tempo reale stanno aumentando le probabilità di catturare un evento in condizioni controllate. Alcuni laboratori tentano inoltre di produrre sfere di plasma di lunga durata con scariche elettriche su substrati di silicio e materia organica, ispirandosi proprio al modello Abrahamson.
Il telescopio spaziale James Webb non osserva fulmini globulari, ma la ricerca in fisica dei plasmi alimentata dalle sue scoperte sul mezzo interstellare contribuisce a migliorare i modelli generali. Per un fenomeno che dura pochi secondi su scala planetaria, il problema vero resta raccogliere dati quantitativi: senza misurazioni ripetute ogni spiegazione rimane parziale.
Perché continua a incuriosire
Il fulmine globulare affascina per una ragione semplice: è un oggetto che la fisica classica sembra in grado di descrivere, eppure sfugge da quasi tre secoli a ogni modellizzazione completa. Unisce la fisica dei plasmi, la chimica dei vapori minerali, la percezione umana e il folklore. Ogni nuova osservazione affina le ipotesi senza chiudere la discussione, e questo mantiene vivo l’interesse sia degli scienziati sia di chi ama i confini ancora aperti della conoscenza.
